Gentilezze sopraelevate (di Manuela Basso)

Riceviamo dalla nostra socia Manuela questo bel racconto.
Un racconto che mette un po’ tristezza ma con happy end.

Se anche voi avete voglia di condividere il vostro amore per la bici mandateci i vostri racconti a info@monzainbici.it


Gentilezze sopraelevate (di Manuela Basso)


È domenica mattina e mi preparo per una pedalata di allenamento.
Sono una cicloamatrice-cicloturista e, in vista del viaggio in bicicletta che in genere faccio nella stagione estiva, cerco di dedicare ogni settimana un po’ di tempo ai pedali.

Porto a spalla la bici giù per le scale condominiali – la bici è una compagna delle mie giornate e non sempre mi sento sicura a lasciarla sugli stalli – allaccio il caschetto, accendo le luci posteriori e sono pronta.
Ho una city bike attrezzata per il cicloturismo, ha i pedali liberi ma preferisco essere in ordine per qualsiasi evenienza.

Devo attraversare il centro storico per raggiungere la pista ciclabile che mi porterà fuori Monza.
Dopo qualche pedalata vedo davanti a me una famigliola che procede lentamente ma occupando tutta la via.
Rallento, suono il campanello e chiedo permesso: nulla si muove.
Suono di nuovo. Una signora si volta, mi guarda e scocciata mi dice “Cosa vuole, che voli?”
Vorrei solo che la carreggiata fosse percorribile in entrambi i sensi, ma è domenica e non è bello iniziarla con una discussione.

Procedo con cautela fino alla pista ciclo-pedonale dove incrocio un uomo e una donna che camminano sottobraccio con un cane al guinzaglio.
Rallento, sto sul ciglio destro, rallento ancora.
Mi hanno visto, penso, si sposteranno abbastanza per farmi passare.
Arrivata alla loro altezza sto andando così piano che non riesco a mantenere l’equilibrio.
Per non cadere mi fermo.
L’uomo mi dice con malagrazia che quello è un marciapiede e come pedone lui lo può occupare tutto.
Ha ragione, quello è anche un marciapiede: le piste ciclo-pedonali qui sono disegnate per lo più su tratti di marciapiede, ma non sono a uso esclusivo dei pedoni.
Mi intristisce che un uomo preferisca veder cadere una donna in bicicletta piuttosto che fare un passo di lato.
Ha tenuto il punto, sono passata oltre: in che umanità ci stiamo trasformando?

Abbandono la pista ciclo-pedonale e proseguo sulla strada affiancata alle automobili.
Dopo un paio di chilometri, in un ingorgo, un’auto abbassa il finestrino e la donna seduta lato passeggero mi invita a togliermi di mezzo “Non vede che c’è la pista ciclabile lì a fianco?”.
Potrei mettermi a ridere.

Vorrei che il desiderio della sciura incontrata poco prima si avverasse: vorrei anche io poter volare.
Immagino una ciclovia sopraelevata, a tre corsie: quella di sinistra per i ciclisti da strada, allegri e colorati, in fuga, caciaroni e tenaci; quella a destra per i principianti, i bambini con i loro tricicli a spinta che si fermano a guardarti passare, le coppiette che chiacchierano pedalando con calma, le signore di ritorno dal mercato con le borse della spesa agganciate al manubrio e quella centrale per noi, i cicloviaggiatori, i cicloturisti, ciclopellegrini, cicloamatori, gli amanti della bicicletta e basta che guardano al viaggio e ai pedali, una sgambata dopo l’altra.

Mi riprometto di concentrarmi solo sulla gentilezza che incontro per la via: i saluti dei compagni ciclisti che incrocio nell’altra direzione, il sorriso del bambino nel seggiolino dietro al papà, “Tutto bene, hai bisogno?”, la voce di qualcuno quando mi fermo a sostituire una camera d’aria o anche solo a fare una fotografia.
Le piccole cortesie del viaggiare, la meraviglia del pedalare.

E così mi ricordo: la fatica e la strada, queste sono le mie ali.

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